L’agonia di Newsweek
La parte più facile per Tina Brown è stata annunciare con un editoriale a sangue freddo la fine dell’edizione cartacea di Newsweek; nemmeno i durissimi tagli del personale iniziati ieri possono spaventare quella che una volta i sottoposti chiamavano simpaticamente la “Stalin sui tacchi”. La parte più difficile è spacciare l’operazione per una scelta, una giocata d’anticipo per rispondere a un mondo che cambia e contemporaneamente una gran trovata per salvare la foresta amazzonica, come dice Andrew Sullivan, che della rivoluzione digitale si autoproclama precursore e ispiratore.
22 AGO 20

New York. La parte più facile per Tina Brown è stata annunciare con un editoriale a sangue freddo la fine dell’edizione cartacea di Newsweek; nemmeno i durissimi tagli del personale iniziati ieri possono spaventare quella che una volta i sottoposti chiamavano simpaticamente la “Stalin sui tacchi”. La parte più difficile è spacciare l’operazione per una scelta, una giocata d’anticipo per rispondere a un mondo che cambia e contemporaneamente una gran trovata per salvare la foresta amazzonica, come dice Andrew Sullivan, che della rivoluzione digitale si autoproclama precursore e ispiratore. “Stiamo traghettando Newsweek, non è un addio”, ha scritto Brown prima di illustrare il futuro radioso che avranno Newsweek Global e il gemello Daily Beast su tablet, smartphone e on line dopo quasi ottant’anni di rotative. Barry Diller, il tycoon che ha fondato Daily Beast e ha santificato l’unione folle, dal punto di vista economico, con il Newsweek bolso e in crisi di copie comprato da Sidney Harman per un dollaro e una montagna di debiti, dice invece che “era diventato autoevidente che non potevamo più stampare”. Traduzione: Newsweek sotto la gestione Brown ha perso 40 milioni di dollari l’anno, cifra che gira fra gli analisti e che una fonte interna conferma al Foglio.
Del resto era il vecchio Harman il tifoso della carta, e una volta morto lui il businessman televisivo e digitale Diller si è trovato con una struttura in perdita (ma non ha il problema di mettere insieme il pranzo con la cena) e un brand nobile del giornalismo mondiale forse non ancora del tutto sputtanato. Forse. Se è difficile da fuori scacciare i sentimenti crepuscolari, persino luttuosi, per l’impero dei Graham reso magnificente da Katharine, impaludato da suo figlio Donald e sottoposto qualche anno fa a una rischiosa metamorfosi di taglio intellettuale – più lettura, meno sfoglio – sotto l’egida di Jon Meacham, all’interno si dice molto francamente che di morte si tratta. La prospettiva migliore è che morto il cervello il corpo si trascini avanti ancora un po’ per forza d’inerzia.
John Barry, che per trentacinque anni ha lavorato a Newsweek e l’anno scorso è andato in pensione, dice al Foglio che “il settimanale è morto oltre dieci anni fa, dopo la scomparsa di Maynard Parker, quando gli allora proprietari si sono ritrovati senza idee. Ma se oggi Newsweek è a questo punto lo deve soprattutto a Meacham e alla sua totale sconnessione con i lettori e con il mercato. A differenza dei quotidiani, i settimanali sono prodotti abbastanza piccoli perché il direttore influenzi e informi direttamente ogni sua parte. Con Meacham abbiamo perso copie e credibilità, e dopo trentacinque anni mi rendo conto che la lettura dei settimanali è essenzialmente un’abitudine: una volta che allontani i lettori è difficile riprenderli. Anche se sei Tina Brown. Anzi, soprattutto se sei Tina Brown, una che ha fatto bene in contesti editoriali totalmente diversi”. Fareed Zakaria, che durante l’inizio della fine di Newsweek era scudo e spada del direttore, ha detto che il settimanale “ha avuto due talentuosi direttori, Brown e Meacham, e questo illustra che non è un problema editoriale, ma di mercato”: considerazione che ignora alcuni fatti fondamentali. Negli ultimi anni l’Economist ha aumentato le vendite, Time ha perso copie ma a un ritmo molto più lento di Newsweek e sta lentamente risalendo, Businessweek sta vivendo un’età dell’oro dopo l’ingresso di Bloomberg, il New Yorker è in lenta ma costante crescita, il Week ha fatto fronte alla ristrettezza generale e una ricerca di eMarketer dice che la pubblicità per i magazine è cresciuta quest’anno del 2,6 per cento. Sintesi: il mercato dei magazine è anemico, ma Newsweek si è impegnato a fondo (e a lungo) per fare peggio degli altri; ed è arrivato a un annuncio che, dice al Foglio un giornalista della testata, “era inevitabile”, perché i semi del declino erano già stati sparsi tempo addietro. Questa è soltanto la stagione del raccolto.
Michael Wolff, l’araldo della saga dei Murdoch, nel 2008 dava a Newsweek al massimo cinque anni di vita e la sua column di ieri sul Guardian era un lungo “io l’avevo detto” al quale risulta difficile opporre obiezioni. Parlando con il Foglio, Wolff è appena più clemente: “Per salvare Newsweek ci voleva una mossa geniale che non c’è stata, ma non si può incolpare qualcuno per non essere un genio. Forse c’è un modo per rimettere gli elementi nel frullatore e fare qualcsa di nuovo che sfrutti l’autorevolezza del brand, ma Tina Brown ha le capacità per condurre un’operazione del genere? No”. E qui si inserisce l’elemento generazionale: a chiudere l’era cartacea di Newsweek è la donna che aveva risollevato situazioni editoriali disperate, ma erano tempi di vacche grasse dove il trend della settimana si decideva al Sutton Café, un mondo che non c’è più. Ora Brown può tutt’al più mettere alla necessità l’improbabile abito della scelta illuminata.